Hai mai avuto la sensazione di essere spettatore della tua stessa vita?
Come se la vita scorresse davanti a te e tu fossi seduto in poltrona, dentro una sala cinematografica, a guardare ciò che accade. Le cose ti riguardano, ti emozionano, a volte ti fanno soffrire profondamente. Ti coinvolgono. Eppure, in qualche modo, è come se non fossi tu a scegliere davvero. Partecipi, ma senza sentirti completamente protagonista.
Ci sono periodi della vita in cui può accadere.
A volte abbiamo bisogno di proteggerci dagli eventi, soprattutto quando sono troppo intensi, dolorosi o difficili da sostenere. Prendere le distanze, non esporsi troppo, cercare un luogo sicuro può essere una risposta necessaria.
Il problema nasce quando quella modalità diventa il nostro modo abituale di stare al mondo.
Quando ciò che inizialmente ci protegge finisce, lentamente, per diventare una gabbia.
Quando la sicurezza diventa una gabbia
Restare a guardare può dare una sensazione di sicurezza.
Se non scelgo, non rischio.
Se non mi espongo, posso evitare di soffrire.
Se mi adatto alle circostanze, forse riesco a mantenere tutto sotto controllo.
Ma la vita, nel frattempo, continua a scorrere e noi rischiamo di diventare sempre più bravi a sopportare ciò che non ci fa stare bene, invece di chiederci se sia davvero ciò che vogliamo.
Ci abituiamo alle situazioni, alle relazioni, alle responsabilità, a un lavoro che non ci rappresenta più, a una parte di noi che abbiamo messo da parte.
E, senza accorgercene, possiamo finire per vivere secondo modalità che non abbiamo scelto consapevolmente.
Non perché qualcuno ce lo imponga necessariamente, ma perché abbiamo paura di ciò che potrebbe accadere se scegliessimo diversamente.
Vivere non significa avere tutto sotto controllo
Essere protagonisti della propria vita non significa poter controllare ciò che accade.
Al contrario.
Significa imparare a stare anche dentro ciò che non possiamo controllare, senza lasciare che siano la paura, l’abitudine o gli automatismi a decidere sempre per noi. È una differenza sottile, ma profonda.
La presenza ci permette di fermarci abbastanza a lungo da sentire ciò che sta accadendo dentro di noi.
Di riconoscere una paura.
Di ascoltare un desiderio.
Di accorgerci che una scelta non è più coerente con ciò che siamo diventati.
E da quello spazio può nascere una possibilità nuova: scegliere.
Più impariamo a conoscerci, più possiamo comprendere quali sono le paure che ci tengono legati a una situazione apparentemente sicura, ma che nel tempo rischia di diventare soffocante. Non significa che dobbiamo cambiare tutto. Significa poterci chiedere, con sincerità, se la vita che stiamo vivendo è ancora quella che vogliamo vivere.
La storia di Marco: quando la paura smette di decidere
Questo tema mi fa pensare alla storia di Marco, che ho raccontato nel libro La Svolta – Le crepe da cui entra la luce.
Nel libro racconto il momento della sua svolta, ma c’è una parte della sua storia che forse è ancora più interessante.
Quello che è successo dopo.
Dopo quella svolta, Marco non ha semplicemente risolto le sue paure.
Ha continuato a lavorare su di sé.
Ha imparato, nel tempo, a riconoscere l’ansia, a stare dentro alle situazioni difficili e a non permettere che la paura prendesse sempre il comando.
Qualche anno dopo è arrivato un cambiamento importante anche nella sua vita professionale.
Ha potuto fare quel salto di carriera che aspettava da anni. Le competenze le aveva sempre avute. Quello che era cambiato era qualcosa di più profondo. Aveva costruito una solidità interiore che gli permetteva di affrontare le difficoltà con maggiore radicamento, senza sentirsi travolto ogni volta dalle proprie paure.
Ed è una differenza tutt’altro che piccola. Perché forse la crescita interiore non serve a far sparire le difficoltà.
Serve a diventare persone diverse davanti alle difficoltà.
Come vogliamo vivere gli anni che ci restano?
Non sappiamo quanti anni abbiamo davanti. Ma sappiamo che ogni giornata che passa non torna indietro. E allora forse vale la pena fermarsi, almeno ogni tanto, e porci una domanda che non ha bisogno di una risposta immediata:
Come voglio vivere gli anni che mi rimangono?
Non soltanto cosa voglio ottenere. Non soltanto cosa devo fare. Non soltanto quali responsabilità devo portare avanti.
Ma come voglio sentirmi mentre vivo la mia vita?
Che qualità voglio dare alle mie giornate?
Che cosa voglio alimentare dentro di me?
Che cosa non voglio più rimandare?
E soprattutto: sto vivendo oppure sto semplicemente cercando di sopravvivere a ciò che accade?
Non avere fretta di rispondere.
Forse questa domanda ha bisogno di accompagnarti per un po’.
La mindfulness come spazio per incontrare queste domande
È anche per questo che considero la mindfulness un percorso che non si esaurisce nell’apprendimento di alcune tecniche di meditazione.
La pratica ci offre uno spazio in cui imparare a stare con ciò che c’è, a osservare senza giudicare e a riconoscere ciò che accade dentro di noi prima di reagire automaticamente.
E, nel tempo, a costruire quella stabilità interiore che ci permette di affrontare le domande della vita con maggiore chiarezza.
Nei percorsi avanzati di mindfulness, questo lavoro può diventare ancora più profondo: non si tratta soltanto di imparare a stare meglio, ma di continuare a conoscerci, comprendere ciò che ci muove e costruire una relazione più autentica con noi stessi e con la vita.
Perché il percorso di crescita interiore non si conclude. Non c’è un punto in cui possiamo dire: “Adesso ho capito tutto”.
È un cammino che continua e spesso è proprio la continuità della pratica, nel tempo, a permetterci di accorgerci di quanto siamo cambiati.
Forse, allora, la domanda non è soltanto se stiamo vivendo o sopravvivendo.
Forse la domanda più importante è: quanto della nostra vita stiamo scegliendo davvero?
Con affetto,
Lisa